Incontro a Napoli con le compagne di Lotta Femminista sul tema: Salario per il lavoro domestico. Invervento del Movimento Femminista Romano. (Maggio '73)
Dare un salario alle casalinghe significa trasformare una massa di individui schiavizzati, che lavorano senza paga e senza orario, in una massa di lavoratrici pagate. Ma in che cosa consisterà esattamente questo salario? Giustamente le compagne di Lotta Femminista paragonano la richiesta di salario alle casalinghe alla richiesta di Assistenza Pubblica il cosiddetto Welfare dei paesi anglosassoni e infatti non si tratterebbe che di una concessione, una elargizione da parte dello stato perchè le casalinghe dato il carattere privato del lavoro domestico e le implicazioni affettive ad esso connesse non possiedono nessun potere contrattuale.
(Continua)Lotta femminista -La mancanza di soldi ci chiude in gabbia (Settembre 1973)
Non ci sarà mai parità salariale per le donne fino a che il lavoro domestico non verrà socializzato o, nel frattempo, non ci sarà pagato.
Siamo sui marciapiedi a lavorare 'all'aperto'
Avere soldi per il lavoro domestico, significherebbe per tutte noi donne che oggi siamo anche e prima di tutto delle casalinghe come tutte le altre, avere un'alternativa, un punto di forza per rifiutare questo lavoro o per decidere a quali condizioni siamo disposte ad accettare anche "il lavoro della strada". Se far andare la macchina da maglieria otto e più ore al giorno distrugge le casalinghe lavoranti a domicilio, passeggiare col freddo e col caldo, rischiare di pendersi malattie gravi, rischiare di essere derubate o addirittura ammazzate da qualche cliente sadico, non poter avere figli a nessun costo perché i nove mesi di gravidanza sarebbero la fame, pagare la protezione in termini altissimi, sia in soldi, sia in botte,
(Continua)Un reddito ci spetta
Fuori dal lavoro, fuori dalla famiglia, reddito per l'autodeterminazione
Nonostante i cambiamenti intervenuti nella famiglia e la moltiplicazione delle forme familiari, rimangono inalterati i rapporti di potere tra i sessi. Malgrado si proclami l’eguaglianza tra uomini e donne l’appropriazione del corpo delle donne resta il paradigma delle relazioni familiari.
La violenza rappresenta ancora una caratteristica diffusa della struttura familiare: la violenza sessista da parte di compagni, mariti, padri, fratelli è infatti la principale causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni in Europa. E’ strumentale, quindi, denunciare solamente la violenza compiuta da uomini di cultura non occidentale e tacere sulle violenze degli uomini italiani contro le donne, italiane e straniere. Se c’è qualcosa che unisce gli uomini di ogni cultura è infatti proprio la violenza contro le donne che è funzionale al mantenimento di rapporti di potere tra i sessi.
Eppure la famiglia diventa sempre più oggetto di promozione e tutela da parte dei pubblici poteri. La stessa disciplina sulle convivenze di fatto in discussione al parlamento (Di.co) finisce per riproporre il modello unico della famiglia tradizionale, invece di consentire a tutt@ il libero esercizio dei propri diritti e responsabilità.
Della volontà di difendere la famiglia resta emblematica la Legge 40 che, contro ogni forma di autonomia delle donne, impone di essere in coppia eterosessuale per poter accedere alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Questa legge ripropone, poi, la scissione tra gestante ed embrione, mettendo in contrapposizione i diritti delle donne con il bene del concepito. Creando lo statuto giuridico dell’embrione si vuole ristabilire il controllo sul corpo delle donne e sulla riproduzione che sono tuttora il cuore del potere patriarcale.
La gestione della riproduzione è, infatti, parte essenziale della divisione sessuale del lavoro. Le relazioni tra i sessi sono ancora fortemente segnate da una divisione del lavoro del tutto sbilanciata a sfavore delle donne in quanto mogli, compagne, amanti, sorelle, figlie, nonne.
Già trent’anni fa le donne di Lotta Femminista rivendicavano, in attesa della sua socializzazione, il salario per il lavoro domestico. Da allora, se si è prodotta la cosiddetta “femminilizzazione” del lavoro, non si è verificata però una “maschilizzazione” del lavoro di cura e di ri-produzione.
Mutande parlanti unite nella lotta (11/02/06)
Il 14 gennaio è una data da segnare nel nostro diario: dopo la sconfitta referendaria di
giugno le donne hanno finalmente sentito un desiderio irrefrenabile di scendere in piazza.
I temi toccati dall'agenda istituzionale e la scottante attualità delle pratiche
tecnopolitiche che si esercitano quotidianamente sui corpi delle donne hanno spinto donne
e uomini consapevoli a riconquistare una visibilità pubblica che negli ultimi anni era
stata intermittente.
(Continua)
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