Un altro spazio per una critica femminista al ‘traffico’ in Europa

Un interessante articolo di Giulia Garofalo dell'International Committee on the Rights of Sex Workers, ricercatrice in economia politica, sorella e compagna di strada di NextGENDERation, pubblicato sulla rivista online di studi culturali "Trickster".

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Un altro spazio per una critica femminista al ‘traffico’ in Europa
Giulia Garofalo

Introduzione: esclusioni e inclusioni

Nel Novembre 2006, l’International Union of Sex Workers (IUSW) organizza una manifestazione di ombrelli rossiii per denunciare la Biblioteca delle Donne di Londra. La Women’s Library, rende pubblico l’IUSW, ha inaugurato una mostra e un’intera serie di eventi sulla prostituzione e il ‘traffico’ con la completa esclusione delle critiche prodotte dalle organizzazioni di sex workers negli ultimi trent’anni (IUSW (2006))iii.

Questo episodio ha un’importanza tutta inglese legata al fatto che l’IUSW è affiliato ufficialmente dal 2002 al sindacato generale GMB, il terzo sindacato inglese, e che la Women’s Library gode di una fama progressista. Tuttavia, questo caso londinese può essere considerato rappresentativo del crescente clima di contestazione del dibattito pubblico sul ‘traffico’ in Europa, accusato di produrre la specifica esclusione di analisi provenienti dai movimenti per i diritti delle-dei sex workers.

Se prendiamo con serietà la questione delle esclusioni nel dibattito, noteremo che anche ai clienti (e alle clienti) dell’industria del sesso è negata una voce pubblica, o più precisamente, un certo tipo di voce pubblica. La distinzione che conta in questo contesto è fra coloro a cui viene data voce per fornire una ‘testimonianza’, e coloro a cui viene invece data voce per fornire un’’analisi’. In effetti, nei media, nei dibattiti politici, nella ricerca, e spesso nella letteratura, coloro che sono coinvolte-i nella vendita e nell’acquisto del sesso appaiono come molto desiderabili per le loro testimonianze, ma sono normalmente escluse-i dai momenti di attiva costruzione di conoscenza e verità.

La domanda che si pone allora è: chi sono i soggetti che viceversa godono dell’autorità di fornire le proprie analisi sul ‘traffico’?
Dopo sei anni di coinvolgimento come ricercatrice e come attivista nella politica sul lavoro sessuale e il ‘traffico’ in Italia, in Olanda e in Gran Bretagna, il mio ‘senso del campo’ è che in questo dibattito si ottiene automaticamente molto più credito analitico in quanto donna.
Essere uomo sembra avere un impatto negativo sulla legittimità di analizzare il lavoro sessuale e il ‘traffico’, a meno che uno non parli con una donna, o a meno che uno non sia un prete. Essere un uomo gay non migliora affatto la situazione. Essere trans ancor meno.
Come donna invece, una ottiene più credibilità analitica se ha più di circa 40 anni, se una non fa mostra della propria femminilità, e, soprattutto in contesti meno lesbofobi dell’Italia, se una è conosciuta come lesbica.

Certo queste sono solo osservazioni preliminari, che richiederebbero un’indagine seria, ma se il mio ‘senso del gioco’ (Bourdieu (1985)) è abbastanza corretto, è plausibile dire che una persona, per esempio tu o io, godiamo di legittimità analitica in questo campo se gli altri, a torto o a ragione, credono che non siamo coinvolti nella compra-vendita di sesso.

Se questo è vero, significa anche che io stessa e una buona parte di chi mi legge, ovvero le donne che fanno lavori intellettuali, godiamo di un grande privilegio analitico come donne non sospettate di essere lavoratrici del sesso. Con ciò voglio sottolineare che lo sforzo che occorre fare è quello di sviluppare una posizione sul ‘traffico’ che sia responsabile non solo nei confronti delle realtà del lavoro sessuale, della migrazione e del lavoro in generale, ma anche nei confronti della particolare posizione che occupiamo nello spazio sociale e che ci conferisce una specifica autorità. Una posizione responsabile in questo senso è una posizione situata (Haraway (1991)), più che una posizione dunque un ‘posizionamento’ in ciò che è quasi un campo di battaglia nell’Europa contemporanea. È una posizione, mostrerò nel seguito, che riconosca la differenza, la comunanza, ma anche i conflitti potenziali fra donne sex workers e donne non-sex workers.
Spero di mostrare come un approccio materialista femminista possa aiutarci in questa direzione.

Prima di introdurre questo tipo di analisi, prenderò in considerazione le critiche che più mettono in discussione il discorso e le politiche sul ‘traffico’ in Europa, che – non sorprende – vengono in forma organizzata precisamente da quelli che sono normalmente esclusi dal dibattito: i gruppi per i diritti delle e dei sex workers.
Questo dissenso è basato su due punti principali.
Il primo è un dato: la classica idea di traffico secondo cui le donne migranti che lavorano nell’industria del sesso europea sono state forzate contro la loro volontà a partire da casa e a lavorare con il sesso, è semplicemente non vera nella larga maggioranza dei casi.
Da ciò consegue il secondo punto di dissenso: gli interventi sul ‘traffico’ si fondano su una distinzione scorretta fra ‘sex workers per scelta’ e ‘vittime del traffico’. Questa distinzione sostiene politiche che hanno conseguenze negative sia sulle giovani donne migranti, potenzialmente o realmente sex workers – comprese quelle che si trovano in situazione di grave sfruttamento e abuso-, che su tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’industria del sesso, donne, uomini, trans, anche con cittadinanza europea.

La seconda parte di questo articolo introduce un’analisi materialista femminista che è stata prodotta da un’alleanza di femministe prostitute e non-prostitute tra la metà degli anni 70 e la metà degli anni 80 in diversi contesti in Europa, compresa l’Italia. Questa analisi ha il potenziale di interrompere la diffusa cruciale complicità che sostiene gli interventi contro il ‘traffico’, complicità che consiste nella condanna del lavoro sessuale in quanto tale, di per se stesso, condanna che è a sua volta riprodotta dall’esclusione delle analisi delle-i sex workers dal dibattito pubblico.

Il dissenso organizzato dalle/i sex workers

Nell’Ottobre del 2005 si è svolta a Bruxelles “A European Conference on Sex Work, Human Rights, Labour and Migration” che ha riunito circa 200 sex workers e attiviste-i di organizzazioni che lavorano per i diritti al lavoro, alla migrazione, e per i diritti umani. Due documenti sono usciti dalla Conferenza Europea, anche sulla base di un precedente processo di consultazione durato un anno. In particolare il Manifesto delle-i Sex Workers in Europa è un momento estremamente interessante di un processo di produzione collettiva di sapere. Vediamone il passaggio centrale per la nostra discussione:

“La mancanza di possibilità di migrare mette in pericolo la nostra integrità e la nostra salute”,
“Il discorso sul traffico oscura le questioni dei diritti delle migranti e dei migranti. Rafforza la discriminazione, la violenza, e lo sfruttamento contro persone migranti, sex workers, e sex workers migranti in particolare”,
“Chiediamo che il lavoro sessuale sia riconosciuto come un impiego redditizio, che permetta alle persone migranti di accedere a permessi di lavoro e di soggiorno, e chiediamo che le migranti e i migranti, con documenti e senza documenti, godano di pieni diritti sul lavoro”
(Manifesto delle-i Sex Workers in Europa (2005))

Dietro queste richieste sta l’idea che interrompere gli attuali interventi ‘anti-traffico’ e cominciare invece a riconoscere il lavoro sessuale quale impiego redditizio anche ai fini migratori, rappresenterebbe un miglioramento per tutte e tutti coloro che lavorano nell’industria del sesso, quali che siano le condizioni in cui lavorano, per poco o molto tempo, che si identifichino come ‘sex workers’ oppure no.

Cerchiamo di scoprire il senso di questa analisi guardando alle specificità del lavoro sessuale e della migrazione nell’ Europa contemporanea. Quando parlo di ‘lavoro sessuale’ o di ‘industria del sesso’ mi riferisco alle attività connesse alla prostituzione, ma parte della mia analisi può essere estesa ad altre forme di lavoro sessuale, come lo spogliarello, la telefonia, eccetera.

‘Traffico’: migranti e stati

Esiste in Europa un crescente corpo di studi che segue il metodo della ricerca partecipata, oppure usa la mediazione di progetti che lavorano con le-i sex workers, e in ogni caso non usa la collaborazione dele autorità responsabili della detenzione e della deportazione delle migranti e dei migranti (Agustín (2005a), Cabiria (2004), Carchedi (2000)).
Queste ricerche mostrano che le esperienze delle migranti e dei migranti che lavorano con il sesso in Europa sono molteplici, e fondamentalmente riflettono la situazione dei migranti in Europa in generale – fondamentalmente: forti rapporti di dipendenza con mediatori e mediatrici, o con un particolare datore di lavoro, per il visto, per il viaggio, per il lavoro, per la casa, e così via.
Invece, la classica idea del traffico è connotata da una forte prospettiva di genere e di settore: cioè riguarda solo le donne, e vede tutte le donne migranti che lavorano nell’industria del sesso come costrette a venire in Europa e a lavorare nella prostituzione.
È vero che ci sono donne, uomini, e persone trans migranti che lavorano nella prostituzione – probabilmente circa 10% indicano alcuni (Carchedi (2000)) – che vivono situazioni di costrizione e abuso molto gravi da parte di coloro che organizzano il loro viaggio e il loro lavoro. Purtroppo, questo non sembra essere vero unicamente per l’industria del sesso, ma succede anche in altri settori quali ad esempio l’agricoltura, il lavoro domestico, le pulizie, le costruzioni.
La gran parte delle donne che lavorano nell’industria del sesso Europea invece vogliono venire in Europa, e si trovano a decidere di lavorare nell’industria del sesso che, nonostante le condizioni difficili e spesso impreviste, appare come la via più veloce per realizzare i loro progetti, per pagare il loro debito migratorio, e per mandare soldi a casa.

Teniamo conto che il debito migratorio varia nei diversi contesti europei, e a seconda del paese di provenienza. Per esempio secondo Cabiria (2004), in riferimento a Francia, Italia, Spagna e Austria, il debito contratto per migrare è per le donne in media di 10.000 euro dall’Europa dell’Est, e in media di 70.000 euro dall’Africa. Al tempo stesso, nello scalino più basso del mercato si può guadagnare una media di 5000 euro al mese.
Consideriamo poi il fatto che le donne migranti che lavorano con il sesso si riferiscono normalmente ai loro ‘trafficanti’ parlando di aiutanti, facilitators, poiché questi sono uomini e donne e persone trans grazie ai quali hanno avuto la possibilità di venire in Europa che di fatto è loro negata dalle attuali leggi sull’immigrazione.
Per queste ragioni, diventa chiaro che per capire il ‘traffico’ occorre pensare oltre il lavoro sessuale, e rivolgere l’attenzione ai processi migratori contemporanei; è infatti su questa base che i gruppi per i diritti delle-i sex workers stanno cercando, e progressivamente trovando, l’alleanza con gli attivisti e le attiviste per i diritti dei migranti, come emerge dalle parole del Manifesto.
Gli interventi contro il ‘traffico’, per il fatto che concentrano la loro attenzione su organizzazioni criminali e su ‘uomini violenti e cattivi’, finiscono per prestarsi a nascondere le responsabilità che gli stati dell’Unione Europea hanno nell’impedire l’immigrazione legale in Europa, e nel costringere i migranti ad affidarsi a soluzioni migratorie illegali sulle quali hanno poco o nessun controllo. Questi interventi ‘anti-traffico’ creano legittimità intorno alle crescenti misure di deportazione dei migranti (in particolare delle migranti): “è per il loro stesso bene che le rimpatriamo”, si adopera la retorica del traffico, “poiché loro stesse non volevano venire qui”.

Il quadro in cui valutare queste responsabilità non può essere disgiunto dagli effetti che le politiche migratorie hanno nell’impedire alle migranti di lavorare in condizioni sicure e di organizzarsi per i loro diritti. A questo proposito sono interessanti i lavori della ricercatrice femminista Rutvica Andrijasevic e della rete di ricercatori e attivisti per i diritti alla migrazione chiamata Frassanito Network, i quali riconoscono ai migranti e alle migranti uno spazio di autonomia e non solo di reazione al sistema capitalistico. Questi lavori dimostrano come le politiche sull’immigrazione producano non tanto, come dicono di fare, una semplice restrizione dell’accesso in Europa per migranti. In realtà ciò che provocano è una restrizione dell’accesso alla cittadinanza in Europa. Esse costituiscono cittadini di seconda classe, deportabili, e disponibili ad essere gravemente sfruttati in vari settori quali l’agricoltura, l’edilizia, la cura, la pulizia, e l’industria del sesso.

‘Traffico’: divide et impera

Trovo queste critiche al ‘traffico’ da una prospettiva di migrazione molto convincenti, anche perché sottraggono il mondo del lavoro sessuale dall’isolamento cognitivo e politico che è il nodo della sua stigmatizzazione.
Secondo le analisi proposte dai gruppi delle-dei sex workers, occorre però insistere su una ulteriore specificità che riguarda il ‘traffico’ ed il modo in cui il ‘traffico’ funziona. In effetti, gli interventi ‘anti-traffico’ non sono rivolti a tutti i migranti nello stesso modo, e non sono rivolti solo ai migranti. Essi coinvolgono in particolare un gruppo di migranti e un gruppo di non-migranti: fra i migranti, il loro impatto è sulle donne, in particolare le donne giovani, che potenzialmente o realmente vendono sesso, e, in modo più indiretto, il loro impatto è su tutte e tutti le-i sex workers dell’industria Europea, compresi gli uomini e le persone trans, anche con cittadinanza europea.

É qui che si innesta il secondo punto della critica posta al ‘traffico’ dalle attiviste e gli attivisti per i diritti delle-i sex workers, e diffusa in particolare con l’articolo di Jo Doezema del 1998 “Forced to Choose: Beyond the Voluntary v. Forced Prostitution Dichotomy” – traducibile come “Costrette-i a scegliere: oltre la dicotomia fra prostituzione volontaria e prostituzione forzata”.
Sia ad un livello discorsivo che a un livello istituzionale, il meccanismo principale messo in opera dagli interventi sul ‘traffico’ consiste nello stabilire una distinzione nell’industria del sesso tra le donne che hanno scelto di lavorare come sex workers e coloro che invece vi sono state forzate contro la propria volontà: in numerosi contesti le prime sono chiamate ‘sex workers’, mentre le seconde vengono chiamate ‘vittime del traffico’ o ‘schiave del sesso’ (teniamo conto che questi interventi non prendono quasi in considerazione gli uomini e le persone trans che vendono sesso).
Tuttavia, nella pratica istituzionale e discorsiva questa distinzione funziona in un modo che poco ha a vedere con l’esperienza personale delle donne che individualmente sono classificate come ‘sex worker’ o come ‘vittima del traffico’. Dunque ancora meno questa pratica ha a che fare con sofisticati concetti di agency e soggettivazione (vedi per esempio MacNay (2000) che alcune ricercatrici e ricercatori tentano di elaborare per rendere conto della varietà delle esperienze. La realtà è che nel discorso e nelle politiche sul ‘traffico’ la possibilità di scegliere di lavorare nell’industria del sesso – quando non è negata del tutto – è riconosciuta solo alle cittadine Europee, preferibilmente bianche e borghesi. Le donne che non sono in possesso di cittadinanza Europea sono automaticamente considerate ‘donne trafficate’ o ‘schiave’.
Che cosa accade alle appartenenti ai due gruppi così creati?
Da premettere è che in nessuno dei paesi Europei (eccetto alcune regioni dell’Austria, Danna (2003)) le migranti e i migranti provenienti da fuori dell’Unione Europea hanno la possibilità di lavorare legalmente nell’industria del sesso. E questo vale anche per i paesi più avanzati nel riconoscimento dei diritti delle-i sex workers, quali l’Olanda e la Germania.

Due strade si aprono dunque per il primo gruppo di lavoratrici, le cosiddette ‘schiave’.
In un primo scenario, il più diffuso in Europa, le leggi ‘anti-traffico’ non sono sviluppate o non sono applicate. In queste circostanze, per le leggi sull’immigrazione, tutte (e tutti) i migranti che lavorano con il sesso sono potenzialmente soggette a detenzione e deportazione. Infatti, lavorare nell’industria del sesso non dà in nessun caso accesso ai diritti che altri lavori danno ai migranti. Il lavoro sessuale si trova dunque a costituire al contrario una ragione per la quale si può perdere il permesso di soggiorno avuto per studio, turismo, o per altro lavoro (Danna (2003)).

Se invece ci troviamo in uno dei (minoritari) contesti in cui le leggi contro il ‘traffico’ sono applicate, allora le stesse migranti illegali che lavorano nell’industria del sesso diventano ‘donne trafficate’, e possono accedere ad un diverso trattamento. Nella maggior parte dei sistemi legali europei questo consiste in un intervento coordinato di agenzie nazionali e internazionali, polizia, autorità per l’immigrazione, e Organizzazioni Non Governative – come ad esempio Stella Polare e On the Road in Italia, Poppy Project in Gran Bretagna, La Strada in vari paesi dell’est europei. Queste agenzie prevedono un rifugio e un programma di riabilitazione, per una durata che varia da qualche settimana a parecchi mesi a seconda del paese (Associazione On the Road (2002)). Durante questo periodo, le ‘donne trafficate’ normalmente non possono lavorare, e sono incoraggiate – in alcune circostanze obbligate – a denunciare o a testimoniare contro i loro o le loro ‘trafficanti’ (Associazione On the Road (2002)). Dopo di che, viene loro offerto un rimpatrio volontario, cioè sono deportate nel loro paese d’origine. In questo senso, l’articolo 18 della Legge italiana 40/1998 sull’immigrazione costituisce un’eccezione per il fatto che offre la possibilità di trasformare il permesso di soggiorno temporaneo per le vittime di ‘traffico’ in un permesso di lavoro rinnovabile.

La grande maggioranza delle donne rimpatriate, che abbiano o meno partecipato ad un programma ‘anti-traffico’, e anche se hanno vissuto situazioni di sfruttamento e abuso molto gravi, tenteranno di tornare in Europa, cercando un altro ‘aiuto’, e ricominciando il loro processo migratorio – saranno, come dicono le autorità, ‘ri-trafficate’.
Il loro desiderio non era quello di rimanersene a casa propria – casa che raramente offre opportunità di sviluppo relazionale, identitario, ed economico a cui le giovani donne (e non solo i giovani uomini) aspirano (Agustín (2005b)). Ciononostante, spesso esse trovano speciali restrizioni alle procedure per il visto in quanto donne ex-trafficate e provenienti da ‘paesi di origine del traffico’.
Che succede al secondo gruppo di lavoratrici, quelle a cui viene riconosciuta la conscia decisione di lavorare con il sesso. Com’è noto, i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso in possesso di cittadinanza europea variano molto in Europa secondo i contesti nazionali e locali.

Si pensi alle diverse direzioni intraprese da paesi quali la Svezia, che ha criminalizzato nel 1999 l’acquisto di tutti i servizi di prostituzione creando un nuovo modello di proibizionismo, alla Francia, che ha criminalizzato nel 2003 il lavoro di strada attraverso il reato di ‘adescamento passivo’, oppure si pensi all’Olanda (2000) e alla Germania (2002) dove, almeno in via di principio, la prostituzione è riconosciuta come lavoro.
In ogni caso, nonostante le differenze che corrono fra i diversi contesti, è possibile riconoscere in ciascuno di essi il contributo specifico delle politiche ‘anti-traffico’. Questo consiste nel dividere le ‘sex workers’ dalle ‘donne trafficate’, e delinea conseguenze simili attraverso l’Europa. Fondamentalmente, nei termini del Comitato Internazionale sui Diritti delle-i Sex Workers in Europa (ICRSE): “gli abusi che [queste] sex workers possono trovarsi a subire nel loro lavoro sono [nel quadro del ‘traffico’] considerate come conseguenze naturali della loro volontà di lavorare come prostitute, come se fosse colpa loro”, “questo rafforza la classica dicotomia fra donne ‘innocenti’ e donne ‘colpevoli’, alimentando così l’idea che le donne ‘innocenti’ meritano di essere protette, mentre quelle ‘colpevoli’ possono essere abusate impunemente” (ICRSE (2004)).

Ora, la mia impressione è che l’unica ragione per cui queste denunce agli interventi ‘anti-traffico’ stentano a persuadere i movimenti di sinistra e di inclusione sociale consiste nel rifiuto del lavoro sessuale di per sé, rifiuto a sua volta riprodotto dall’esclusione delle-i sex workers dal dibattito politico.
E su questo punto, sono convinta che la critica femminista possa giocare un ruolo fondamentale. Infatti oggi in Europa un numero crescente di donne partecipa con autorevolezza alle politiche e al discorso sul ‘traffico’ in quanto donne, e molte posizioni sulla legittimità o meno del lavoro sessuale sono sostenute da (diverse) argomentazioni di matrice femminista.
Ma quali sono le teorie femministe che ci possono aiutare?

Direzioni femministe materialiste

Le tendenze teoriche femministe più visibili in questo dibattito sono articolate nella genealogia femminista Anglo-Americana all’interno di due posizioni: ‘sex work’ e ‘abolizionista’ – abolizionista-i sono coloro che vedono le-i sex workers come vittime, e vogliono aiutarle ad uscire dall’industria del sesso, le-i ‘sex work’ invece vedono la prostituzione come lavoro, e vogliono migliorare le condizioni in cui è praticata e pensata.
Questa classificazione non è molto convincente, poiché fa sembrare che le differenze sostanziali si giochino su un piano idealista, di principio (anti- o pro- prostituzione), quando le posizioni prendono forma invece sui diversi interventi auspicati a partire da una realtà materiale. È pratica molto diffusa in ogni modo indicare come ‘femministe(i) abolizioniste(i)’ coloro che vedono le sex workers come vittime – degli uomini, della povertà, della violenza sessuale, etc. – e che si pongono come fine di aiutarle tutte ad uscire dalla prostituzione (uomini e trans sono piuttosto trascurati in questa visione). Viceversa sono chiamate ‘femministe(i) sex work’ coloro che vedono la prostituzione come un lavoro, e mirano a trasformarlo nell’interesse delle-i sex workers, donne, uomini o trans, attraverso il miglioramento delle condizioni in cui è praticato e pensato, senza provare a eliminarlo o a nasconderlo.
Anche se sono impegnate in una sorta di guerra intestina una contro l’altra, queste due posizioni femministe appaiono in realtà spesso indaffarate a discutere una stessa tesi. La posizione ‘sex work’ si impegna infatti a dimostrare l’agency, e la posizione ‘abolizionista’ a dimostrare la mancanza di agency, delle donne che lavorano con il sesso. La parola ‘agency’, che non ha corrispondente in molte lingue al di fuori dell’inglese, indica all’incirca ‘capacità di compiere scelte’.
Questo dibattito sull’agency delle sex workers mi colpisce per la sua assurdità, e per la sua somiglianza alla leggendaria disquisizione medievale sull’esistenza dell’anima delle donne. Infatti, mi pare che quello che si discute attraverso la domanda “le donne sex workers hanno o non hanno agency?” sia infondo l’umanità di una categoria di persone. Ora, in un contesto anche solo genericamente democratico, l’umanità va assunta per tutti e tutte, e si può (e deve) invece discutere il valore, politico o morale, di particolari forme di agency.
Inoltre, ciò che mi preoccupa di più è il fatto che le pensatrici e i pensatori femministi contemporanei, nel partecipare a questa disquisizione, siano facilmente usati dalla strategia ‘anti-traffico’. Infatti l’attenzione alla capacità individuale di scelta che caratterizza il dibattito sull’agency è in continuità con la colonna portante della retorica del traffico, che è la scelta individuale di migrare e/o di vendere sesso, e che sostiene la divisione fra donne con i danni che ho indicato.

Esiste però una diversa eredità del pensiero femminista sulla quale è possibile basarsi per cercare altre direzioni. Questo tipo di pensiero è stato prodotto tra la metà degli anni 70 e la metà degli anni 80 in particolare in Francia, Olanda, Italia e altri paesi europei, in un tempo in cui molti gruppi femministi sostenevano le lotte delle sex workers. Questo sostegno si manifestò esemplarmente in Francia nel 1975 quando le sex workers cominciarono ad occupare chiese, e nel 1986, quando femministe prostitute e non prostitute organizzarono l’importante Second World Whores’ Congress (Secondo Congresso Mondiale di Prostitute) a Bruxelles (Pheterson ed. (1989)).
Sulla base di questa alleanza politica, autrici quali Gail Pheterson e Paola Tabet hanno lavorato a una critica molto lucida del sesso pagato e non pagato (Pheterson (1996), Tabet (1991, 2004)). L’approccio teorico che le ispirava era un femminismo materialista, sviluppato in particolare intorno alla rivista Questions Féministes in Francia – della quale faceva parte anche Simone de Beauvoir, insieme a Christine Delphy, Monique Wittig, Colette Guillaumin (Leonard, Adkins (eds.) 1996). Questo tipo di analisi usa il metodo marxista ma allarga il concetto di ‘materiale’ oltre il primato dato nel marxismo al modo di produzione capitalistico. Il matrimonio ad esempio diventa centrale per capire il modo in cui il lavoro tipico delle donne è distribuito e sfruttato.

Quelle femministe prostitute e non prostitute ci hanno trasmesso delle domande molto attuali, che riformulerei in questi termini: come possono le donne che non sono sex workers elaborare una critica del lavoro sessuale senza riprodurre la loro posizione di privilegio rispetto alle donne che scambiano sesso per denaro?
O, invertendo il punto di vista: come appare il resto del sesso quando lo si guarda dalla prospettiva del lavoro sessuale? Quando, secondo una mossa metodologica ‘queer’ (vedi Sedwick (1990)) si mette al centro il margine e da lì si osserva la norma?

Seguendo queste due domande, e cominciando dalla seconda, il sesso può essere compreso come un momento realmente produttivo di soggetti in relazione, come un momento chiave della produzione e riproduzione, ma anche nella modificazione e sovversione, di ciò che chiamo risorse relazionali, ovvero delle identità individuali e collettive come produttive.
Ora, in una società gerarchica, la produzione di soggetti spesso – non necessariamente ma spesso – diventa lavoro, che sia pagato o non pagato, che contenga piacere per chi lavora oppure no.
Infatti, ci spiega Paola Tabet, anche il sesso diventa servizio, e deve quindi essere visto come parte del lavoro che ci si aspetta che le donne tradizionalmente – ma anche gli uomini gay, le persone trans, i migranti, le persone di colore, è importante aggiungere – forniscano in cambio di vantaggi materiali informali.
Come anche altre attività relazionali tradizionalmente ‘femminili’, si pensi al lavoro domestico e al lavoro di cura, anche il lavoro sessuale è un tipo speciale di lavoro che ha bisogno di una dose speciale di lavoro intellettuale femminista per essere capito. Ciononostante, di lavoro si tratta, e di lavoro che può essere impiegato in vari modi.
Tipicamente, se sei giovane, se sei una donna o appartieni ad altre classi subordinate di persone, in particolare se ti trovi in uno spazio sociale in cui ti mancano capitali, forse perché sei migrata-o o hai trasgredito in altri modi, allora il sesso diventa di fatto uno dei modi che hai per impiegare le tue risorse relazionali in cambio di vantaggi materiali.
Questo può succedere in un matrimonio monogamo, o in un fidanzamento moderno, oppure può succedere nel mercato pagato, dove si possono impiegare le proprie risorse relazionali sia in modo informale, per esempio lavorando come barista o come segretaria-o, oppure in modo formale, trasparente e potenzialmente contrattuale, come succede nell’industria del sesso.

Chiaramente, a seconda di diversi fattori, si può essere più o meno sfruttate-i o più o meno felici in ciascuno di questi diversi scambi (see also Nelson, England (2002), van der Veen, M. (2001), Wijers, Lap-Chew (1997)).
Eppure, esiste un’importante differenza, dicono le nostre materialiste femministe: la prostituzione è stigmatizzata in modo del tutto unico, un modo che loro spiegano sulla base della sfida che la prostituzione rappresenta a tutta la divisione del lavoro (Pheterson (1996), Tabet (1991, 2004)). Proprio per la sua forma potenzialmente contrattuale e trasparente la prostituzione costituisce una denuncia al modo in cui ci si aspetta che le donne tradizionalmente, ma anche altri gruppi subordinati, forniscano servizi relazionali all’interno di scambi informali, privati, naturalizzati, non pagati, il cui valore sparisce nella sfera pubblica.
Per di più, lo stigma della prostituzione sembra crescere in tempi di ‘traffico’, tempi in cui donne giovani migrano in gran numero, trasgredendo confini di movimento, di sessualità, di doveri riproduttivi – sono single, sono indipendenti, sono lesbiche, sono nere. E un gran numero di queste giovani donne in verità trova un modo per vivere la propria vita attraverso il lavoro sessuale.

Con una maggiore coscienza di come funziona la divisione del lavoro relazionale, si può tornare alla prima domanda postaci dall’eredità del femminismo materialista sulla posizione delle donne non-sex workers. Nel prendere una posizione sul lavoro sessuale come sbagliato di per sé, le donne non-sex workers, secondo questa analisi, contribuiscono a riprodurre lo stigma della prostituzione, e di fatto partecipano in una dinamica di competizione fra lavoratrici relazionali, che, nel lungo periodo, le danneggia tutte.
Per opporre resistenza a questa competizione, le materialiste femministe degli anni 70 insistevano invece affinché la lotta per migliorare le condizioni nella pratica della prostituzione sia vista come parte delle lotte per migliorare le condizioni nel matrimonio, così come nei lavori di segreteria e in altri lavori del mercato. Insieme, queste lotte sono complementari a quelle per il diritto a non sposarsi, a divorziare, e per il diritto a cambiare lavoro, a non stare con lo stesso padrone, senza essere deportata-o.

Conclusione

Queste direzioni femministe materialiste constituiscono, io credo, un modo di interrompere i meccanismi di esclusione di questo dibattito, e la divisione che gli interventi sul traffico creano, con gli effetti che ho mostrato.
Interrompere queste esclusioni ci permetterebbe di ascoltare le critiche molto sensate prodotte dai movimenti per i diritti delle-i sex workers che denunciano come gli interventi ‘anti-traffico’ in realtà nascondano le responsabilità degli stati nell’impedire la migrazione legale e nell’alimentare le divisioni fra lavoratrici-tori migranti e non migranti nell’industria del sesso.
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ICRSE International Committee on the Rights of Sex Workers in Europe 2004 “Proposal for a European Conference”, www.sexworkeurope.org

IUSW International Union of Sex Workers 2006 “The Women’s Library: What is Going On? A Red Umbrella Intervention” www.sexworkeurope.org

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Tabet, P. 2004 La Grande Beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico. Rubbettino, Soveria Mannelli

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Siti delle organizzazioni citate

Comitato per i diritti civili delle prostitute: www.lucciole.org

Frassanito Network: vedi www.noborder.org

IUSW (International Union of Sex Workers): www.iusw.org

Women’s Library London: www.londonmet.ac.uk/thewomenslibrary

Giulia Garofalo

 

 
Note

i Scritto in Aprile 2007. Una versione predecente inglese di quest’articolo dal titolo “Is there another space for a feminist critique of trafficking?” è online www.sexworkeurope.org da Febbraio 2007.

ii Gli ombrelli rossi sono diventati il simbolo emergente del movimento di sex workers in Europa a partire dalla manifestazione di Bruxelles del 17 Ottobre 2005. Erano stati usati per la prima volta a Venezia nel 2002 in una manifestazione organizzata dal Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute.

iiiNonostante queste esclusioni, la mostra “Prostitution: What’s Going On?” (Ottobre 2006-) è stata considerata arte ‘rispettabile’ abbastanza da essere candidata al premio Gulbenkian. In seguito alle proteste, la direzione della Women’s Library ha comunque rifiutato le richieste dell’IUSW di includere nella mostra il Manifesto delle-i sex workers in Europa e la Dichiarazione dei diritti delle-i sex workers in Europa.

 

 

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